APPROCCIO OBESITA'

Un numero sempre maggiore di operatori è impegnato negli ultimi anni nella definizione di un approccio multidisciplinare all’obesità, che prevede la necessaria collaborazione tra specialisti appartenenti a diverse aree della medicina per la pianificazione di interventi appropriati

approccio obesità in termini diagnostici, terapeutici e preventivi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica l’obesità nell’ambito delle Malattie endocrine, nutrizionali e metaboliche; dal punto di vista clinico l’obesità si intreccia tuttavia con la storia del soggetto e con il suo stile di vita, aprendo uno scenario nuovo che mira a riformulare l’approccio usuale all’obesità con un approccio globale e multidisciplicare in grado di gestire la complessità della patologia. 
In questo modo è possibile prendere in esame gli aspetti psicologici e psicopatologici connessi all’obesità, lo stile di vita sottostante e connaturato alla struttura di personalità, la connessione con le patologie organiche, come lo stretto legame con la sindrome metabolica e l’impatto che l’obesità ha sulla qualità di vita del soggetto e sul suo funzionamento.
L’analisi della psicopatologia dell’obesità offre un ventaglio di possibilità dal punto di vista diagnostico e terapeutico.
L’obesità è frequentemente associata a disturbi dello spettro ansioso-depressivo, come l’ansia generalizzata, il panico, il disturbo ossessivo-complusivo o quadri depressivi nella molteplicità delle loro manifestazioni cliniche; negli ultimi anni è stata osservata una maggiore incidenza in soggetti obesi del BED o Disturbo da Alimentazione Incontrollata e della NES o Night Eating Syndrome.
Allo stato attuale delle conoscenze non è tuttavia possibile definire in termini univoci l’associazione costante tra l’obesità e specifici disturbi psichiatrici.
L’approccio più corretto tende a osservare e rilevare la presenza di peculiari sindromi come la BED o la presenza di specifici quadri depressivi e a valutare nel singolo paziente obeso, l’importanza dei fattori psicologici e psicopatologici.
In questo modo è possibile rilevare nel soggetto obeso la presenza di disturbi mentali, di sintomi psicologici, di peculiari tratti di personalità o stili di adattamento, la presenza di comportamenti disfunzionali e le reazioni psicologiche correlate allo stress.
Si tratta cioè di codificare la valenza degli aspetti psichiatrici al fine di arrivare a definire un approccio terapeutico che tenga in debita considerazione questi aspetti che hanno un notevole impatto nella gestione dell’obesità.
Uno degli aspetti più sostanziali di questo approccio è quello di riuscire a cogliere la natura profonda del disagio sia per la comprensione delle motivazioni sottese ad uno stile di vita che favorisce l’insorgenza dell’obesità, sia per la definizione di un programma terapeutico coerente con la struttura di personalità del paziente.
Se è vero che un individuo può essere obeso senza necessariamente presentare disturbi psicopatologici, è altrettanto nota la rilevanza in questi soggetti di tratti depressivi, ansiosi, ipocondriaci, isterici, schizoidi.
Gli obesi si presentano insicuri, sempre pronti a chiedere o a dare per soddisfare le esigenze degli altri nel tentativo di colmare vissuti depressivi o ansiosi. Presentano spesso un profilo di personalità caratterizzato dalla presenza di tratti di dipendenza affettiva; il cibo è spesso vissuto come risposta ad uno stato di tensione generica (ansia, solitudine…) e fa da compenso alla mancanza di una soddisfacente immagine corporea e ad una bassa autostima.
Tutto ciò si traduce nell’acquisizione di uno stile di vita disfunzionale  ritenuto da molti alla base della “epidemia globale” dell’obesità e di molte altre patologie, come la sindrome metabolica.
Il 5-10% della popolazione obesa è caratterizzato da disturbi del comportamento alimentare rappresentati da assunzione di cibo in modo compulsivo e incontenibile due o più volte alla settimana in un contesto sociale in cui si consumano troppi cibi grassi ed il lavoro e le attività ricreative sono di tipo sempre più sedentario.
Situazioni di stress favoriscono così l’instaurarsi di meccanismi difensivi compensativi, come l’assunzione compulsiva di cibo, finalizzati al contenimento dell’insicurezza e dell’ansia.
Per ogni paziente obeso è quindi necessario un attento inquadramento psicopatologico preliminare, di base, da considerare fondamentale per la definizione del programma terapeutico.
Esso prevede la valutazione dell’obeso rispetto alla presenza di un disturbo psichiatrico e la contestuale valutazione delle caratteristiche di personalità per rilevarne tratti abnormi che condizionano in modo negativo la capacità adattiva dell’obeso rispetto a se stesso e al suo contesto di vita. 
Tale inquadramento prevede la rilevazione dei disturbi psichici propriamente detti, in particolare i disturbi dello spettro ansioso-depressivo e i disturbi del comportamento alimentare.
I disturbi ansiosi di maggiore rilevanza sono rappresentati dal disturbo da ansia generalizzata e dal disturbo di panico, nella molteplicità delle loro manifestazioni cliniche, mentre i quadri depressivi possono presentarsi con diversi livelli di gravità e con manifestazioni cliniche talvolta atipiche.
La presenza di un disturbo psichiatrico richiede un trattamento specifico, farmacologico e/o psicoterapeutico.
I disturbi dello spettro ansioso-depressivo che possono condizionare in modo rilevante la gestione complessiva del paziente obeso richiedono un trattamento appropriato, sufficientemente protratto nel  tempo ed attentamente monitorato.
Più difficile appare invece la definizione del profilo di personalità del paziente che può richiedere un tempo di osservazione più lungo; se la presenza di un chiaro disturbo psichiatrico è limitata ad una relativa percentuale di obesi, la rilevazione di peculiari caratteristiche di personalità ha una maggiore incidenza potendo interessare oltre il 60% degli obesi.
Le informazioni che si ricavano, oltre ad avere valore diagnostico, costituiscono il substrato su cui formulare l’intero programma terapeutico, poiché si ritiene che un intervento psicoterapeutico debba essere considerato parte integrante dello stesso.
Ripristinare un sistema alimentare normale, aumentare la consapevolezza della connessione tra la bassa autostima e le pressioni sociali della dieta, modificare la definizione del Sé, implementare il senso di autoefficacia percepita, aiutare il soggetto a sviluppare fiducia in se stesso rispetto a progettualità future rappresentano infatti obiettivi importanti del trattamento psicoterapeutico.

 

Per approfondire:
Pellegrino F, Ansia sottosoglia, Positive Press, Verona, 2003
Dalle Grave R, Perdere e mantenere il peso. Un nuovo programma cognitivo comportamentale, Positive Press, Verona, 2004